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Titolo: Liar like me.
Fandom: Merlin.
Personaggi: Arthur. Merlin. Menzionati Gaius, Gwen e Morgana.
Pairing: //
Rating: PG-13.
Conteggio Parole: 2079 (OpenOffice).
Avvertimenti: ambientata dopo l'episodio 2x07. Non betata.
Disclaimer: i personaggi citati appartengono a chi di diritto. Gli avvenimenti di seguito narrati sono frutto della mia fantasia e non ci guadagno nulla nello scriverli.
Note: anche questa è stata una delle mie prime fanfiction e anche questa volta non la rileggo sempre per il motivo che la cestinerei all'istante altrimenti.

.liar like me.


La notte in cui Gaius tornò a riappropriarsi delle proprie stanze, Merlin non riuscì a chiudere occhio.
Rimase sveglio per ore a girarsi nel letto senza che il sonno si decidesse a scendere su di lui: ogni volta che serrava le palpebre nella sua mente si riaccendeva il ricordo di Gaius rinchiuso in quelle prigioni per una colpa che non gli apparteneva e ciò bastava ad allontanare da lui qualsiasi possibilità di addormentarsi.
Era come avere un incubo, ogni volta.
Per questo, ormai poco prima dell’alba, si arrese all’evidenza e scivolò fuori dalle coperte, stanco ma completamente sveglio. Si sedette sui gradini di pietra che dalla sua stanza conducevano al laboratorio di Gaius e, chiudendo gli occhi, rimase ad ascoltare.
L’anziano uomo dormiva solo pochi metri più in là, la sua figura rannicchiata su un fianco sotto le coperte sgualcite. Merlin rimase ad ascoltare il suo respiro calmo e regolare e subito si sentì più sollevato, la colpa che gli pesava sull’animo un poco lenita da quel suono così familiare e confortante.
Appoggiò la testa contro il muro della parete, sospirando piano.
Per una volta Arthur aveva ragione: era davvero, davvero un idiota.
Quella volta si era comportato da stupido e aveva fatto una cosa ancora più stupida, rischiando non solo la sua stessa vita, ma anche quella di Gaius e di Morgana.
Tutto per quell’insana nostalgia che a volte lo assaliva. Così. Senza una ragione precisa. Nostalgia verso una magia che un tempo praticava a suo piacimento, senza badare alle conseguenze, e che ora invece aveva messo al completo servizio di Arthur – a sua insaputa – usandola praticamente solo per aiutare il principe di Camelot.
Il fatto era che talvolta la magia dentro di lui sembrava impazzire, la sentiva impazzire, e allora iniziava a spingere dietro agli occhi, e dietro al cuore, prepotente, ed era in quei momenti che non riusciva proprio ad ignorarla, né a soffocarla. Premeva per uscire, con forza, e lui poteva cercare di trattenerla, ma prima o poi doveva uscire. In un modo o nell’altro doveva uscire, altrimenti aveva la sensazione che sarebbe potuto scoppiare. Poi, una volta che la magia scorreva fuori da lui, fuori dai suoi occhi, si sentiva meglio. In colpa, certo, ma meglio.
Se il prezzo da pagare era quello però, allora ci rinunciava. Merlin quella notte lo giurò: non avrebbe mai più praticato la magia se non in occasioni strettamente necessarie – come salvare la vita ad un certo asino reale di sua conoscenza. Preferiva esplodere piuttosto che ritrovarsi di nuovo in una situazione simile.
Per un attimo si immaginò come sarebbe stata la sua vita a Camelot senza Gaius al suo fianco e all’improvviso si sentì terribilmente solo.
Senza Gaius non avrebbe avuto nessuno che lo conoscesse per ciò che davvero era. Nessuno che lo guidasse, nessuno con cui parlare e sfogarsi in libertà.
Sua madre era lontana ad interi giorni di viaggio da lì e non le avrebbe mai potuto chiedere di abbandonare la sua casa, la gente che conosceva, la sua vita, per lui.
Gwen era una cara amica, ma aveva già tanto a cui pensare e non era certo che avrebbe sopportato il fatto che lui fosse un mago, dopo tutte le spiacevoli esperienze avute con la magia.
Morgana invece avrebbe capito, l’avrebbe sostenuto, l’avrebbe aiutato, Morgana era come lui, ma era anche la pupilla del re ed il suo segreto era un peso già abbastanza grande da portare, senza che dovesse aggiungerci il suo.
E poi c’era Arthur... Il suo destino. Arthur che era figlio di un uomo che odiava la magia e che l’aveva bandita dal proprio regno, Arthur che era un uomo d’onore, ma che talvolta riusciva ad essere anche un asino colossale, Arthur che non gli era mai sembrato tanto distante come in quell’ultimo periodo... Tante volte gli era capitato di riflettere su quale sarebbe stata la reazione di Arthur il giorno in cui avrebbe scoperto che lui era un mago: da quando il drago gli aveva rivelato che il suo destino era quello di aiutare Arthur a diventare re, forse era stato sciocco, ma col tempo aveva finito per crederci davvero e si era aggrappato disperatamente a quella speranza, ottenendo finalmente uno scopo al proprio dono e con la certezza di riuscire, un giorno, a trovare se stesso dentro tutto ciò; e se da una parte quindi si aspettava che Arthur lo avrebbe accettato per quello che era e non lo avrebbe allontanato dal suo fianco, perché il loro futuro era insieme, lo sapeva, dall’altra, quella più razionale e più dolorosa, vedeva quella speranza affievolirsi ogni giorno che passava. Non avrebbe mai dimenticato l’ondata di paura che l’aveva assalito quando il Cacciatore di Streghe l’aveva accusato di fronte a tutta la corte, la paura che l’aveva assalito di fronte alla possibilità che Arthur scoprisse che era un mago in quel modo.
La realtà era che sua madre l’aveva mandato a Camelot con il desiderio che qualcuno potesse dare una risposta ai suoi poteri, ma quel luogo e le persone che ci vivevano non avevano fatto altro che portare nuove domande e null’altro. La realtà era che si sentiva fuori posto dovunque andasse: non poteva essere ciò che realmente era, uno stregone, e non poteva neanche fingere di essere qualcuno che non era, un comune ragazzo arrivato da un lontano villaggio e ora diventato umile servo del principe. La realtà era che poteva essere qualsiasi cosa gli altri credessero che lui fosse – un figlio devoto, un amico fedele, un servo imbranato, una persona come le altre – e nello stesso tempo non essere nessuno.
Immerso in quei tristi pensieri, per Merlin l’alba quella mattina giunse con una lentezza esasperante, ma alla fine arrivò.
Ormai rassegnato, Merlin si diresse di nuovo nella sua camera, si vestì e cercando di fare meno rumore possibile per non svegliare Gaius preparò la colazione per entrambi; mangiò la propria parte di malavoglia, dopodiché uscì dalle stanze per dirigersi verso quelle di Arthur.
Fu una giornata strana, quella.
Merlin adempì ai propri doveri e alle disposizioni del principe con estrema accuratezza, senza mai lamentarsi. A parte un paio di frasi di circostanza e necessarie, quasi monosillabiche, rimase sempre chiuso in un innaturale silenzio.
Dal canto suo, Arthur trovò insolito l’improvviso comportamento del suo servitore, ma non ne fece parola, limitandosi a lanciargli occhiate stranite di tanto in tanto.
Merlin rimase perciò decisamente sorpreso quando, al sera stessa, mentre sparecchiava il tavolo su cui Arthur aveva appena cenato, fu proprio quest’ultimo il primo a farne parola.
«Oggi sei più silenzioso del solito, Merlin. Un drago ti ha mangiato la lingua, per caso?» gli chiese il principe da dietro il calice da cui aveva appena bevuto.
«No. No, sire.» rispose il mago, stupito da quella domanda.
«Sai Merlin, stavo riflettendo su ciò che è accaduto in questi giorni e non ho potuto fare a meno di accorgermi di una cosa...»
Il piatto che Merlin teneva fra le mani scivolò dalla sua presa, trascinando con sé anche un calice ed un cucchiaio di legno, cadendo sul pavimento con un rumore assordante. Il ragazzo si affrettò a raccoglierli, cogliendo l’occasione per abbassarsi e nascondere così l’espressione di paura che gli aveva attraversato il volto.
«E di cosa si tratta, sire?» domandò ricomponendosi e riappoggiando gli oggetti sul tavolo.
«L’altro giorno tu hai cercato di colpirmi e anche se in quel momento eri particolarmente agitato non è un gesto che può rimanere impunito. Credo che qualche ora alla gogna possa essere sufficiente.» gli rispose Arthur con un ghigno, bevendo di nuovo dal calice.
Merlin sospirò di sollievo. Per un attimo aveva temuto che il principe avesse iniziato a covare dei dubbi sulla sua identità.
«Vi chiedo scusa, sire, io... io non ero in me in quel momento.» disse con un sorriso nervoso, riprendendo il proprio lavoro.
«D’accordo.» esclamò Arthur ad un tratto, alzandosi dalla propria sedia ed avvicinandosi a lui «Se non reagisci neanche sotto la minaccia della gogna allora deve esserci davvero qualcosa che non va.»
Merlin si trovò così ad osservare con stupore gli occhi del principe di Camelot a pochi metri da lui, che ricambiavano la sua occhiata guardinghi, alla ricerca del problema che lo tormentava.
Era in quelle occasioni che sentiva di odiare Arthur con tutto se stesso: non appena si rassegnava a vederlo solo come il suo principe e non come parte del suo destino, ecco che subito si faceva avanti con un gesto, o anche solo con un semplice sguardo, che riaccendeva le sue speranze.
Stupido asino reale, pensò.
«Sto bene, sul serio.» disse cercando di essere convincente, ma probabilmente non ci riuscì, perché Arthur assunse un’espressione scettica, così si affrettò ad aggiungere «E’ solo... non ho dormito molto bene questa notte.»
«E’ comprensibile.» disse Arthur stringendogli piano la spalla con la mano «Questi sono stati giorni difficili per tutti, soprattutto per te. Tieni molto a Gaius e poi non capita a tutti di essere accusato di essere uno stregone.»
E a queste parole il principe non riuscì a trattenere una breve risata.
Merlin, allo stesso modo, non poté fare a meno di sorridere amaramente.
«Non lo crederai mai, vero?» chiese prima di rendersi conto delle sue stesse parole e pentendosene subito dopo.
Non ne stava facendo una giusta in quel periodo.
Arthur lo guardò stranito.
«Dovrei?» chiese sorpreso.
«No! No, ovviamente no!» rispose Merlin forse un po’ troppo velocemente « Era... era solo per dire.»
«Giusto.» disse Arthur lanciandogli uno sguardo sospettoso «Merlin, c’è qualcosa che desideri dirmi?»
Il ragazzo aprì la bocca per rispondere, ma le parole gli rimasero impigliate nella gola.
Una parte di lui pensò per un attimo di dirgli ogni cosa, anche ciò che non poteva, perché la verità a volte può far male, ma poi nella sua mente, chissà per quale strano scherzo del destino, si andò a formare l’immagine di Gaius, in ginocchio di fronte ad Uther, che confessava di essere uno stregone e di aver praticato la magia e vide il re condannarlo a morte, e per una ragione che non seppe spiegarsi le figure dei due uomini si fusero con le loro, con la sua e quella di Arthur, e una simile scena gli fece tanto male che per un attimo temette che il suo cuore stesse per fermarsi.
Si sforzò di sorridere, Merlin, tentando di essere convincente.
«No, sire, niente.»
Vide Arthur squadrarlo con sospetto e temette che il principe potesse leggergli dentro, così, per la paura, raccolse tutto il coraggio che aveva a disposizione e pronunciò una frase che gli avrebbe fatto odiare se stesso per sempre.
«Puoi credermi, Arthur, non ti mentirei mai.»
Il principe lo osservò ancora per un qualche istante, poi annuì, convinto.
A Merlin parve di ricordare di avergli già detto quelle parole: non gli veniva in mente in quale circostanza, ma sapeva che anche in quell’occasione Arthur gli aveva creduto e ciò gli fece ancora più male.
«Ora vai a riposarti. Qui puoi finire domani. Nello stato in cui ti trovi al momento non faresti altro che compiere ulteriori pasticci.» proclamò infine Arthur, dandogli una leggera spinta in direzione della porta.
Merlin barcollò per qualche metro, poi cercò per l’ultima volta lo sguardo del principe e si diresse a passi stanchi verso l’uscita. La fatica accumulata in quegli ultimi giorni gli gravò all’improvviso sulle spalle con tutto il suo peso.
Aveva già una mano sulla maniglia quando senza rendersene conto si girò di nuovo verso l’altro.
« Arthur.» lo chiamò in un sussurro appena udibile che però fu sentito.
Il principe alzò lo sguardo su di lui e nel guardare quel ragazzo che era il suo destino, che era l’altra faccia della sua stessa medaglia, Merlin provò ancora il desiderio di raccontargli tutto, ma all’ultimo momento rinunciò.
Nessuno dei due era pronto per la verità.
«Buona notte.» disse invece.
«Anche a te.» gli rispose Arthur, osservandolo profondamente.
Merlin gli diede le spalle dopo un ultimo cenno di saluto ed uscì dalla camera, sentendosi a disagio sotto lo sguardo dell’altro.
Non appena si fu chiuso la porta dietro di sé vi si appoggiò con pesantezza e si portò una mano sugli occhi. Si chiese quando sarebbe arrivato il giorno in cui avrebbe potuto smettere di mentire.
Mentre si dirigeva verso le stanze di Gaius, si chiese quando sarebbe arrivato il giorno in cui avrebbe smesso di essere un codardo, un bugiardo, un figlio, un servo, un amico, un mago, un nessuno, ed avrebbe potuto iniziare ad essere semplicemente Merlin.


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