momocas: (DeanCastiel)
[personal profile] momocas
Titolo: Landslide.
Fandom: Supernatural.
Personaggi: future!Castiel. Future!Dean. Chuck. Reesa. Un paio di OC.
Pairing: future!Dean/future!Castiel.
Rating: R.
Conteggio Parole: 2907 (OpenOffice).
Avvertimenti: Slash. 2014!verse. Scena di sesso quasi descrittiva (?). Giusto un po' di linguaggio non esattamente appropriato. Abuso della grammatica italiana, degli spazi e dei dialoghi. Il titolo ha ben poco senso con la fanfiction perché faccio schifo a trovarli. Sono in un perenne blocco dello scrittore, quindi mi scuso in anticipo per la presenza di eventuali errori. Non betata.
Disclaimer: i personaggi appartengono a Eric Kripke, Robert Singer, Sera Gamble, Ben Edlund e a chiunque altro avente diritto. Gli avvenimenti di seguito narrati sono frutto della mia fantasia e non ci guadagno nulla nello scriverli.
Note: io non lo so cos'è 'sta roba, non lo so davvero. Non è nemmeno il mio stile, però era un esperimento che volevo tentare. Probabilmente tutto quello che è scritto di seguito ha senso solo nella mia mente malata.
Canton, Harrisburg e Lennox sono tre città vicine a Sioux Falls, in South Dakota, USA, dove in teoria dovrebbe abitare Bobby e dove ho presunto si dovrebbe trovare il 'Camp Chitaqua'.

.landslide.


«Stavano mentendo.»
«...»
«Quei demoni stavano mentendo.»
«...»
«E' quello che i demoni fanno, mentire.»
«...»
«Sam non direbbe mai 'sì'.»
«...»
«Conosco mio fratello.»
«...»
«Non lo farebbe mai.»
«...»
«Cas, dimmi che non l'ha fatto.»
«...»
«Cas.»
«...»
«Dimmelo.»
«...»
«Dimmelo, cazzo!»
«Non posso.»
«...»
«Mi dispiace, Dean.»
«Perché?»
«...»
«Perché l'avrebbe fatto?»
«Non lo so.»
«...»
«Mi dispiace, Dean.»

Quel giorno, tutto cambiò.



Guardare Castiel perdere la Grazia e diventare umano era stato un po' come guardare le foglie in autunno: pensavi che la caduta sarebbe durata per sempre, poi una mattina ti svegliavi e ti rendevi conto che sugli alberi non era rimasto più niente.
Così.
In modo inevitabile.




30 Aprile 2014.
Il virus Croatoan si è diffuso in tutta l'Europa e ha iniziato a mietere le prime vittime in Asia. Il mondo è andato ufficialmente a puttane.
Oggi al campo sono arrivate 7 nuove persone. 4 uomini, 1 ragazzo di 16 anni e 2 donne, una delle quali incinta. Voglio proprio vedere come gestiremo questo problema.
Siamo di nuovo a corto di carta igienica. Scarseggiano anche i medicinali. Le scorte d'acqua diminuiscono alla velocità della luce.
Dovrò parlarne a Dean alla riunione di stasera. Ho la sensazione che non sarà piacevole.
Chuck.


«Domani mattina alle prime luci dell'alba partirò con una squadra di cinque uomini. Ci dirigeremo verso Canton, nella speranza di recuperare un po' di beni di prima necessità.» spiegò Dean.
«Canton? Ma è a ventidue miglia da qui!» ribatté Chuck.
«Perché non andate a Harrisburg? E' più vicino e l'ultima volta che ci siamo stati abbiamo eliminato i croats presenti.» propose Reesa.
«L'ultima volta che ci siamo stati abbiamo anche preso tutto ciò che non era andato a male in negozi di alimentari e farmacie. Entrare nelle case è troppo pericoloso. Non c'è niente che possiamo utilizzare lì.» rispose Dean.
«Oh, quindi ci stai dicendo che andare in una città più grande e più lontana, e quindi probabilmente piena di croats, sprecando così il poco carburante che possediamo, è la soluzione ai nostri problemi. Ottimo piano, davvero. Tanti auguri per il tuo funerale.» si intromise Castiel.
«Ti prego, Cas, non trattenerti, dicci che cosa pensi. Hai per caso una proposta migliore?»
«Tutto è meglio di questo.»
«Tutto è meglio di questo, certo, ma visto che non riesci a pensare a nulla di concreto, forse dovresti stare zitto.»
«Sì, padrone, chiedo scusa, non mi ero accorto che fossimo in una dittatura.»
«Sei ubriaco, per caso?»
«A dire la verità, sì. Problemi?»
«Non me ne fotte un cazzo della merda che ingerisci, ma qui tutti devono dare una mano e sarebbe utile se tu fossi sobrio di tanto in tanto.»
«Credevo che il nostro intrepido leader non avesse bisogno dell'aiuto di nessuno, tanto meno del mio.»
«Hai intenzione di venire, oppure no?»
«Oppure no. Vai a farti ammazzare da solo.»

Castiel uscì dalla stanza e sbatté la porta alle sue spalle.
Dean rimase il tempo necessario per dare ancora un paio di istruzioni su come comportarsi in sua assenza, poi se ne andò.
Chuck e Reesa si guardarono in silenzio.
«Beh, è andata meglio del solito.» mormorò Chuck alla fine.


Reesa a volte credeva che Dean e Castiel si odiassero.


Il mattino seguente Reesa si diresse al casotto in cui abitava Dean. Bussò alla porta ed entrò senza attendere risposta. La stanza era piena di polvere: c'erano strati accumulati su ogni superficie, di legno e di vetro, e i granelli sospesi nell'aria danzavano nei raggi di sole entrati dalla finestra aperta, disturbati da una raffica occasionale di vento e dal pigro ondeggiare delle tendine.
Dean era seduto su una sedia con i gomiti appoggiati alle ginocchia e la testa fra le mani. Sul tavolo accanto a lui c'erano una ricetrasmittente e un borsone da viaggio pieno di armi.
«Gli uomini sono pronti.» disse Reesa «Aspettano solo te.»
«Sarò da loro fra cinque minuti.» rispose Dean senza guardarla.
Reesa esitò. Spostò il peso da un piede all'altro e gli si avvicinò. «Perché non aspetti qualche minuto in più, prima di partire? Sono certa che Castiel verrà.»
A quelle parole qualcosa, in Dean, parve scattare. Balzò in piedi con tanta forza da rovesciare la sedia, chiuse la borsa e la sollevò con attenzione. Prese il walkie talkie e lo agganciò alla cintura. Uscì dalla stanza, seguito da Reesa. Raggiunse la jeep parcheggiata nel cortile, davanti al cancello d'entrata, sistemò il borsone con le armi nel bagagliaio e prese posto accanto al sedile del guidatore.
«Saremo di ritorno nel pomeriggio.» disse prima di partire.

Ma quel giorno Dean non tornò.


E nemmeno quello successivo.


«Qualcuno lo deve dire a Cas.»
«Non credo sia necessario. Voglio dire, solo nelle ultime ore si è imbottito di talmente tanta droga da stendere persino un cavallo, non riprenderà conoscenza almeno fino a domani e per allora Dean potrebbe essere tornato. Non so nemmeno se sia consapevole del fatto che sono passati quasi tre giorni da quando è andato via.»
«D'accordo, Chuck, se credi davvero che Cas non lo sappia, allora non glielo diremo.»
«...»
«...»
«No, hai ragione, dobbiamo dirglielo.»
«Bene.»
«Però non capisco perché dovrei essere io a farlo.»
«Perché dopo Dean tu sei quello che lo conosce da più tempo.»
«Sì, ma tu sei una donna.»
«E con questo cosa vorresti dire?»
«N-niente! Solo che... sai, le donne sono più sensibili e delicate, sarebbe meglio se a dargli una notizia del genere fossi tu.»
«Vuoi provare quanto sono delicata?»
«No, grazie, per questa volta passo.»
«Allora vai.»
«Harry, non potresti andare al posto mio?»
«Scordatelo, l'ultima volta che ho dovuto recapitargli un messaggio l'ho trovato che si stava scopando Katie. Non ho intenzione di ripetere l'esperienza.»
«Will, allora?»
«Non ci tengo proprio.»
«Peter?»
«Fottiti, Chuck.»
«Ragazzi, mi è venuta un'idea. Ce la giochiamo a morra cinese, d'accordo?»
«Va bene.»
«D'accordo.»
«Okay.»
«Ci sto.»
«Al mio tre. Uno... due... tre...»
Carta.
Sasso.
Carta.
Carta.
Carta.
«Tocca a te, Chuck.»
«Dannazione.»

«Uh, Cas?»
«Cosa è successo?»
«Ecco, c'è stato un incidente.»
«...»
«Stanotte Dean è riuscito a contattarci con la ricetrasmittente e ci ha detto che c'è stato un problema.»
«...»
«I demoni e i croats hanno teso loro una trappola. Sono riusciti a scappare, per fortuna, ma Lenny è morto e la jeep è andata distrutta.»
«...»
«Ora sono nascosti in un posto sicuro. Proseguiranno a piedi e dovrebbero tornare entro due o tre giorni.»
«...»
«Purtroppo le batterie del walkie talkie di Dean si devono essere scaricate, oppure si trovano in un'area con poca ricezione, quindi la trasmissione si è interrotta a metà e non riusciamo più a contattarli.»
«...»
«Ma sono certo che andrà tutto bene. Stiamo parlando di Dean, in fondo. Non si farà certo uccidere da quei mostri.»
«Chuck?»
«Sì?»
«Stai zitto.»
«Sì.»
«...»
«...»
«...»
«...»
«Chuck?»
«Sì?»
«Vattene.»
«Sì.»



Trascorsero minuti crudeli come anni, poi Castiel si passò una mano fra i capelli e scoppiò a ridere.


Tutti credevano che Castiel bevesse per dimenticare.
Si sbagliavano.


L'alcool rendeva le felici cose passate contemporanee al presente, come se stessero ancora avvenendo, contemporanee persino al futuro, come se stessero per avvenire di nuovo.


Castiel beveva per ricordare.



Reesa trovò Castiel seduto sulla collina, a guardare la strada che si dispiegava sotto di loro fino all'orizzonte. Il sole si coricava su di lui di traverso e allungava la sua ombra a dismisura. Nella luce del mattino sembrò riaffiorare il fantasma di ciò che era stato, lontano, angelicato, e triste.
Reesa rimase lì, in piedi alle sue spalle, a spiarlo.
All'improvviso Castiel parlò. «Sai, puoi avvicinarti se vuoi.» Lo disse piano, però, come se non volesse disturbare. «Ti assicuro che non mordo.» Sollevò il capo e assunse un'aria pensierosa. «Beh, solo su richiesta, ma tu non mi sembri quel genere di persona.»
Si voltò verso di lei e le fece l'occhiolino. Reesa sorrise e gli si sedette accanto.
«Ehy.» mormorò.
Castiel le rispose con un cenno del capo, in segno di saluto. «Ehy a te.»
«Che cosa fai qui?»
«Penso.»
A Dean?, avrebbe voluto chiedergli Reesa. Invece rimase in silenzio. Si dondolò sul posto, con le braccia strette attorno alle ginocchia, avanti e indietro, avanti e indietro, come faceva da bambina quando si sentiva in imbarazzo, o non sapeva come affrontare un argomento, e si spostò una ciocca di capelli dal viso.
«Forse questo è uno di quei momenti in cui si dovrebbe pregare.» sussurrò infine.
Castiel sbarrò gli occhi, gettò il capo all'indietro e scoppiò a ridere. Era una risata strana, la sua, capace di scuotergli tutto il corpo, ma allo stesso tempo silenziosa, con solo pochi suoni strozzati che gli sfuggivano dalla gola. E, per quanto si sforzasse, non riusciva mai a coinvolgere gli occhi. Rimanevano sempre spenti.
Rise a lungo, Castiel, poi parve franare, quasi che le ossa del suo scheletro cedessero sotto il peso della disperazione, e il mento gli ricadde di scatto sul petto.
«Non so cosa, di preciso, ti faccia credere che io sia ancora quel tipo d'uomo, ma se non fosse già abbastanza chiaro, non lo faccio più, quello.» Silenzio. «E anche se lo facessi, per cosa dovrei pregare?»
«Prega perché Dean torni sano e salvo.»
Castiel non disse niente. Restarono con lo sguardo fisso in lontananza finché il sole fu sorto completamente, a quel punto Reesa si alzò e si incamminò per tornare al campo. La voce di Castiel la fermò dopo una decina di passi.
«E se non fosse vivo? Se fosse già morto, o peggio? In questo caso, per cosa dovrei pregare?»
Reesa non seppe come rispondergli.


Castiel batté le palpebre e d'un tratto era già notte. Si accorse di non essersi mosso nemmeno di un centimetro. Non aveva neanche cambiato posizione.
Osservò il cielo stellato sopra di lui.
Chiuse gli occhi.
Dio, pensò.
Se pensi che io possa meritarlo...
...salvalo...
...oppure uccidimi.
Amen.






«Ascolta, Chuck, sono passati cinque giorni da quando abbiamo ricevuto il messaggio di Dean.»
«Lo so.»
«Non voglio pensare che siano stati catturati, o trasformati, oppure che siano morti...»
«Lo so.»
«...ma se così fosse, dobbiamo pensare ad un modo per fare andare avanti questo posto. Siamo responsabili delle persone che si sono rifugiate qui.»
«Lo so.»
«E in assenza di Dean il comando passa a Cas. So che non è il massimo e che in molti qui dormirebbero sonni più tranquilli se sapessero che la loro vita non dipende da lui, ma dobbiamo rispettare le regole. Se Castiel non vuole ricoprire il ruolo che gli spetta, deve essere lui a nominare il suo sostituto.»
«Lo so, Reesa, lo so, però non capisco perché dovrei essere io a dirglielo.»
«Perché dopo Dean tu sei quello che lo conosce da più tempo.»
«Sì, ma tu sei...»
«Cosa?»
«Niente, lascia perdere.»
«Allora vai.»
«Harry, non potresti andare al posto mio?»
«Scordatelo, l'ultima volta che ho dovuto recapitargli un messaggio mi ha invitato a partecipare ad una delle sue orge. Non ho intenzione di ripetere l'esperienza.»
«Will, allora?»
«Non ci tengo proprio.»
«Peter?»
«Fottiti, Chuck.»
«Ragazzi, mi è venuta un'idea. Ce la giochiamo a morra cinese, d'accordo?»
«Va bene.»
«D'accordo.»
«Okay.»
«Ci sto.»
«Al mio tre. Uno... due... tre...»
Sasso.
Forbice.
Sasso.
Sasso.
Sasso.
«Tocca a te, Chuck.»
«Dannazione.»

«Uh, Cas?»
«Cosa vuoi?»
«Ecco, sono passati cinque giorni da quando abbiamo ricevuto quel messaggio da Dean e lui e gli altri non sono ancora tornati.»
«...»
«Abbiamo provato a contattarli di nuovo, ma non c'è stata alcuna risposta.»
«...»
«Sono certo che stiano bene e che abbiano avuto solo qualche contrattempo, ma Reesa, alcuni dei ragazzi ed io pensavamo che fosse comunque il caso di nominare un sostituto.»
«...»
«Il comando spetterebbe a te.»
«...»
«Se non lo vuoi, noi ti capiamo e non ti costringeremo ad accettarlo, però dovresti essere tu a stabilire a chi passarlo.»
«...»
«...»
«...»
«...»
«Chuck?»
«Sì?»
«Vaffanculo.»
«Sì.»


Il sole sorse e calò per due volte.


Nel pomeriggio del decimo giorno da quando Dean e gli altri erano partiti, Chuck piombò nella camera di Reesa senza prendersi il disturbo di bussare.
«E' tornato.»

A fare ritorno furono solo Dean e Richard.
Gli uomini di vedetta li avvistarono quando stavano ancora procedendo lungo la strada che portava al campo, un po' camminando diritti, un po' sbandando da una parte all'altra. Harry e Peter corsero loro incontro per aiutarli.
Arrivarono venti minuti più tardi, il che permise a tutti quanti di radunarsi davanti all'entrata.
Mancava solo una persona.


«Vado ad avvisare Cas.» aveva detto Chuck dopo essere passato da Reesa.
«No.» aveva risposto lei.
«Perché?»
«Lo sa già, fidati.»


Il primo a varcare la soglia del cancello fu Richard, un braccio attorno alle spalle di Harry, un altro oltre le spalle di Peter e una gamba maciullata. La fasciatura attorno ad essa si era disfatta e si poteva vedere che grossi pezzi di carne ne erano stati staccati. In alcuni punti si riusciva anche a scorgere il bianco dell'osso. Appena sopra il ginocchio era stata legata stretta quella che sembrava essere la cintura di Dean, per diminuire l'emorragia.
Altri due uomini si fecero avanti e aiutarono a trasportare Richard verso l'infermeria. Chuck non volle pensare a quello che avrebbero dovuto fare dopo, con la possibilità di un'infezione in corso e l'assenza di strumenti e strutture mediche appropriate.
Dean giunse dopo una decina di minuti. Aveva il braccio destro rotto e lo teneva piegato vicino al corpo. Era stato steccato alla bell'e meglio con un pezzo di legno e alcuni lembi di stoffa. Non aveva ferite gravi come quella di Richard, solo un brutto taglio che si apriva lungo la tempia sinistra. In compenso, il corpo era ricoperto di graffi più o meno profondi e di ecchimosi di varia entità: alcuni lividi violacei sulle braccia e sul volto, ed altri ormai sbiaditi, in via di guarigione. Aveva i vestiti strappati in diversi punti e portava a tracolla una mitragliatrice che cercò di togliersi con una mano sola.
Chuck e Reesa gli si fecero incontro e lo aiutarono nell'operazione. Dean regalò loro uno sguardo di ringraziamento e respirò a fondo nel tentativo di riprendere fiato.
«Non siamo infetti.», fu la prima frase che riuscì a pronunciare.
(In seguito, nessuno ebbe il coraggio di rivelargli che non una sola persona presente in quell'istante aveva preso in considerazione l'eventualità che fossero stati trasformati in croats, tanto erano felici di rivederli.)
«In una farmacia a Lennox siamo riusciti a trovare alcune scatole di antibiotici, dovrebbero essere nelle tasche della giacca di Richard. Abbiamo preso entrambi qualche compressa.», fu la seconda.
(«Avete fatto bene.» gli rispose Reesa.
Chuck avrebbe voluto chiedergli come avessero fatto a finire a Lennox, ma decise di rimandare la domanda ad un momento meno critico.)
«Dov'è Cas?», fu la terza.
E come se l'avesse sentito, Castiel arrivò. Giunse correndo giù per il sentiero che portava alla collina, con i capelli scarmigliati, la pelle lucida, il corpo accaldato dentro i vestiti e la bocca aperta alla ricerca di aria. I suoi occhi incontrarono quelli di Dean e chiunque fosse ancora intorno a loro abbassò lo sguardo verso terra, imbarazzato, senza davvero capire la ragione di quell'improvvisa vergogna.
Avrebbero potuto guardarsi in quel modo per sempre, Dean e Castiel, ma eventualmente avrebbero anche dovuto smettere, prima o poi.
Quindi Castiel si girò e ricominciò a correre su per il sentiero, da dove era venuto.
Quindi Dean – con i vestiti strappati, il braccio rotto, il taglio sulla tempia e il corpo ricoperto di lividi e graffi – gli corse dietro.
Così.
In modo incredibile.

Castiel continuò a correre finché arrivo sulla cima della collina, e lì si fermò. Dean lo raggiunse poco dopo, gli afferrò una spalla e lo voltò verso di sé. Si cercarono l'un l'altro nello stesso istante, in un unico movimento, come se le loro vite fossero dipese da quello – e forse era proprio così.
Castiel prese il volto di Dean fra le mani e quest'ultimo gli passò il braccio sano attorno alla vita, stringendolo quanto più gli fu possibile con l'arto rotto a creare impaccio, e le loro labbra si scontrarono feroci, indelicate.
Si baciarono, e divorarono gemiti, e si rubarono aria bollente a vicenda, e quando si accorsero che quello non era abbastanza si lasciarono cadere a terra.
Castiel fece sdraiare Dean sotto di sé e lo spogliò, piano e con attenzione, per paura di fargli del male. Si spogliò a sua volta e rimasero entrambi nudi sotto un cielo di un azzurro crudele.
Castiel prese fra le mani il sesso di Dean e lo accarezzò, poi si lasciò scivolare su di esso e lo prese dentro di sé. Puntò le braccia sul suolo per riuscire a guardare negli occhi l'uomo per cui era caduto, l'uomo per cui aveva mentito, rubato, tradito, ucciso, peccato, l'uomo per cui sarebbe morto e rinato centinaia di volte, se solo gli avesse chiesto di farlo, e iniziò a muoversi, prima in modo lento e preciso, poi sempre con maggior furore, accecato dal bisogno che gli infuriava nel petto e gli si scioglieva nel linguine, un bisogno primordiale e così umano, il bisogno di avere Dean, Dean che affondò le dita della mano sinistra nel fianco di Castiel e spinse, assecondando il suo ritmo e affondando nella sua carne, travolto dal desiderio di possedere quell'angelo che in realtà era sempre stato suo, e continuarono a guardarsi anche quando l'orgasmo oscurò loro la vista per un istante e vennero entrambi in uno spasmo incontrollabile.


Reesa a volte credeva che Dean e Castiel si amassero.

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