momocas: (DeanCastiel)
[personal profile] momocas
Titolo: If you feel the same, how am I supposed to know.
Fandom: Supernatural.
Personaggi: Castiel. Dean. Menzionati Ben, Bobby, Lisa e Sam.
Pairing: Dean/Castiel.
Rating: PG-15 (giusto per un paio di parole non proprio fini).
Conteggio Parole: 2090 (OpenOffice).
Avvertimenti: Slash. Missing moment. Lieve spoiler per la 6X20 e, più in generale, per la quinta e la sesta serie. Spero non OOC. Il titolo non ha molto senso con la storia... o meglio, potrebbe avercelo, ma non so se si capisce. E' una cavolata senza senso, questo può valere come avvertimento? Non betata.
Disclaimer:
i personaggi appartengono a Eric Kripke, Robert Singer, Sera Gamble, Ben Edlund e a chiunque altro avente diritto (Jeremy Carver, come back! çAç). Gli avvenimenti di seguito narrati sono frutto della mia fantasia e non ci guadagno nulla nello scriverli (le sigh).
Note: Beh, questa è... qualcosa. Sì, è definitivamente... qualcosa. E' una roba strana e mi fa schifo, ma dettagli. Non so, suppongo che questa fanfiction sia il motivo per cui non devo essere mai lasciata sola ad ascoltare le canzoni di Glee per più di due volte di seguito, finiscono per trasformarsi tutte in canzoni d'amore Destiel per me.

 

.if you feel the same, how am I supposed to know.


(that night at the end of June)

Dean era ubriaco.
Erano passati 42 giorni, 2 ore e 17 minuti da quando Sam era saltato dritto nella bocca dell'Inferno, portando con sé Lucifer e Michael e fermando la fottuta Apocalisse; e Dean era ubriaco. 
Barcollò lungo St. James Street, fra due file di costose villette a schiera, ognuna con il suo giardino ben curato e un piccolo portico a proclamarla palazzo agli occhi dei passanti, e se non si lasciò cadere in un angolo della strada a morire fu solo perché quello – identificare il cadavere, organizzare il funerale, cose del genere, cose che uno non poteva più fare da morto, soprattutto se le dovevi fare per te stesso – sarebbe stato l'ennesimo problema di cui avrebbe dovuto occuparsi Lisa al posto suo, e lui gliene aveva già procurati abbastanza. Si sforzò quindi di mettere un piede davanti all'altro e di continuare a camminare. 
L'aria di quella notte alla fine di giugno era opprimente e afosa, e gli si riversava addosso a secchiate, appiccicandogli i vestiti al corpo sudato. L'intera città era addormentata, e mentre si aggirava per le vie deserte ed illuminate dalla luce artificiale dei lampioni, Dean sembrava essere l'ultimo uomo rimasto sul pianeta. 
Questo sarebbe divertente, pensò in modo confuso, ma nonostante la mente annebbiata dall'alcool sapeva che le sei miliardi di persone che abitavano la Terra erano ancora vive e al sicuro, ignare di quanto fossero state vicine alla fine, e che l'unico a mancare era Sam. Era un pensiero che avrebbe dovuto confortarlo, quello, che sei miliardi di persone fossero ancora vive grazie a suo fratello, invece gli faceva solo venire da vomitare. 
Raggiunse casa sua dopo quelle che gli parvero sette interminabili ore. In realtà erano trascorsi solo sette minuti. Alla quinta birra il tempo aveva iniziato a diventare una percezione piuttosto nebulosa. 
Dean estrasse la chiave dalla tasca dei jeans e cercò di infilarla nella toppa con mani tremanti. Al terzo tentativo si fermò, ricordò di aver definito quel posto “casa sua” e scoppiò a ridere. Sapeva di starsi comportando in modo crudele, perché Lisa era una donna fantastica, e Ben un ragazzino eccezionale, e con sua grande sorpresa si era reso conto di incastrarsi bene fra di loro, eppure non riusciva a fermarsi – e forse quello che avrebbe voluto davvero fare era piangere. 
Ogni giorno si ripeteva che avrebbe dovuto essere felice. Avrebbe dovuto essere grato per la seconda possibilità concessagli, per la possibilità di rifarsi una vita con una famiglia normale e una casa vera, ma anche se non si considerava più un estraneo, non riusciva a liberarsi dalla sensazione di non appartenere a quel luogo, a quelle persone. Lisa gli diceva che con il tempo sarebbe passata; Dean però sapeva che non era vero. 
Il punto era che lui una famiglia ce l'aveva già. O almeno l'aveva avuta, prima che Sam finisse all'Inferno strappandogli la promessa di portare avanti la sua esistenza come quella di un tipico uomo americano medio, prima che Bobby gli permettesse di farlo, prima che quell'idiota di Castiel se ne tornasse in Paradiso – prima stella a destra e poi dritto fino a quando un gruppo di cazzoni con le ali tenta di prenderti per le palle e di comandarti a bacchetta – senza nemmeno salutarlo. Certo era stata ben lontana dall'essere perfetta, e in molte occasioni l'aveva fatto sentire uno schifo, e ammetteva che a volte gli era capitato di desiderarne una convenzionale, però era sua e lui ci stava bene. Ora si trovava imprigionato in una finzione, che era bella, e confortevole, ma che non era più sicuro di volere. Immaginava che quella fosse una delle classiche situazioni in cui non si capiva quanto una cosa fosse importante finché non la si perdeva, o qualche stronzata del genere. 
La risata di Dean si spense in un singhiozzo strozzato e alla fine riuscì nel tentativo di mettere la chiave nella serratura e aprire la porta. Richiuse quest'ultima alle sue spalle con delicatezza, per non svegliare Lisa e Ben, poi a tentoni raggiunse il divano e vi si lasciò cadere sopra. Fece appena in tempo ad appoggiare la testa allo schienale che stava già dormendo.
Precipitò in un sonno agitato da cui continuò a riemergere ad intervalli irregolari, fino a che scivolò in uno stato di dormiveglia. Si sentiva sfinito. Stava tremando e la testa gli faceva male. Qualche macchia fuggevole di colore cominciò a esplodergli davanti agli occhi chiusi, fioriture rosse e dorate che pulsavano di vita propria. Nella mente gli saettò la strofa di una canzone che aveva sentito qualche giorno prima alla radio: tyrant awaken my apocalypse/demon awaken my apocalypse/heaven awaken my apocalypse/suffer forever my apocalypse[1]. C'era una voce che gliela cantava nelle orecchie, simile ad una ninna nanna, ma invece di cullarlo verso il sonno lo spaventava. Sentiva i muscoli tesi, pronti alla fuga. Avrebbe voluto scappare, però non riusciva a muoversi, e neppure a svegliarsi. La voce ripeteva le parole come un mantra, come una filastrocca per bambini da recitare a tempo con il battito del suo cuore.
Tyrant awaken my apocalypse/demon awaken my apocalypse/heaven awaken my apocalypse/suffer forever my apocalypse. 
Tyrant awaken my apocalypse/demon awaken my apocalypse/heaven awaken my apocalypse/suffer forever my apocalypse.
Tyrant awaken my apocalypse/demon awaken my apocalypse/heaven awaken my apocalypse/suffer forever my apocalypse.

Il tempo passava e la filastrocca non finiva mai. Ora tremava con violenza. I brividi si intensificarono fino a diventare quasi delle convulsioni. Si sforzò di smettere ma non ci riusciva, i denti battevano, gli arti erano in preda a spasmi incontrollabili. Sentiva un dolore lancinante al petto, come una lama affondata in profondità nella carne. Le orecchie gli sanguinavano. Capire che la voce in esse era quella di Alastair lo portò all'orlo della follia e gli fece scuotere il corpo con ferocia. Gli pulsava la testa come se dovesse spaccarsi, di là d'ogni possibile sofferenza, e la pressione sul petto stava diventando insopportabile. Dean pensò che sarebbe morto per davvero, oppure che si sarebbe svegliato e sarebbe impazzito.
All'improvviso tutto cessò.
La morsa nel petto si sciolse, la testa gli si alleggerì e il suo intero corpo si acquietò. La voce di Alastair venne sostituita da una più roca e profonda. Questa gli stava bisbigliando una stringa di parole in una lingua che non conosceva, le strane sillabe che si scontravano fra di loro e si accavallavano l'una sull'altra. Dean non capì quelle frasi, però le percepì: erano come una scarica di energia vibrante sotto la pelle che gli avvolgeva l'anima in un piacevole tepore. Avvertì una mano accarezzargli i capelli, poi si sentì spingere verso il basso. Qualcuno lo fece stendere e gli poggiò il capo su uno dei cuscini.
Dean si impose di aprire gli occhi. Nel salotto entrava una luce fioca, ma lui era abituato a vedere nell'oscurità. Seduto sul bordo del divano c'era un uomo. Dean lo conosceva. L'avrebbe riconosciuto fra mille, fra un milione. Indossava ancora il trench coat stropicciato di sempre.
Il cuore gli batteva forte e irregolare, e gli rimbombava nella gola e nelle tempie. Dean lo chiamò con un sussurro timoroso. «Cas?»
Castiel sussultò in modo quasi impercettibile. Si girò verso di lui e i loro sguardi si incontrarono.
Per un attimo a Dean parve di leggere qualcosa nel volto dell'altro che gli fece temere che potesse scomparire di nuovo, perciò si affrettò a posargli una mano sulla spalla e a stringergliela piano. A quel contatto Castiel si tese appena, ma non se ne andò. Gettò un'occhiata veloce alla sua mano, poi tornò a guardarlo.
Dean affondò le dita nella stoffa fino a sentire sotto di esse il profilo delle ossa e dei muscoli, e ne fu confortato. Si sentì travolgere da una gioia estatica. Una parte di lui gli disse che non avrebbe dovuto essere così felice.
Vorrebbe fare a Castiel molte domande. Coma stava, prima di tutto. Come andavano le faccende in Paradiso. Perché se ne era andato. Perché non gli aveva detto addio. Che cosa ci faceva lì, in quel momento. Perché non era mai venuto a trovarlo prima di allora e per quale motivo aveva scelto di farlo quando era addormentato e ubriaco. Se sarebbe restato.
Non lo fece, non gli disse niente. Non ne ebbe il coraggio. Gli sembrava di essere diventato consapevole solo adesso dell'esistenza di un equilibrio che si manteneva precario fra di loro, e non si sentiva ancora pronto a spezzarlo e ad affrontarne le conseguenze.
Nessuno dei due prese parola, perciò restarono a guardarsi in silenzio. A Dean andava bene: aveva le palpebre pesanti e la lingua incollata al palato. Non aveva voglia di parlare, però gli sembrava che a quel punto fosse necessario dire qualcosa. Il tipo di frase che si usa per rappezzare la mancanza di conversazione che prima o poi si viene inevitabilmente a creare fra due persone che non si vedono da tempo: ciao, oppure è bello rivederti, o ancora non andartene, ti prego. Invece Dean allungò le braccia e prese il viso di Castiel fra le mani; lo osservò con attenzione, memorizzando ogni dettaglio, quasi stesse facendo provvista di ricordi, come se non avesse dovuto vederlo mai più.
Castiel rimase immobile. Alla pallida luce che penetrava dalla finestra assomigliava ad una statua. Poi qualcosa in lui parve andare in mille pezzi. La linea della schiena si curvò, il mento gli si appoggiò sul petto, la ruga d'espressione fra le sopracciglia si fece più pronunciata. Castiel si lasciò sfuggire un sospiro dalle labbra e chiuse gli occhi.
Quando li riaprì, Dean si chiese se fossero sempre stati così tristi. Provò il forte desiderio di attirarlo a sé e baciarlo. Il cuore gli faceva male, come se qualcuno glielo stesse stringendo nel pugno. Decise che era meglio per entrambi dare la colpa all'alcool.
Castiel gli prese le mani fra le proprie e le allontanò da sé. Esitò, poi gliele appoggiò sullo stomaco e gli abbassò le palpebre con due dita. «Dormi, Dean.» disse.

Al risveglio, Dean era sdraiato sul divano, scalzo e con il pigiama indosso, e non si sentiva così riposato da anni.
La televisione era accesa sul telegiornale del mattino e riempiva la stanza di un mormorio sommesso. Dean la guardò disorientato, con la sensazione che ci fosse più di un particolare sbagliato in quella situazione. Non sapeva perché, ma era convinto che avrebbe dovuto avere i postumi di una sbronza, invece si sentiva bene.
Un ricordo improvviso gli colpì la memoria, e si mise a sedere di scatto. Lanciò occhiate frenetiche tutt'intorno, aspettandosi di trovare Castiel da qualche parte, ma nel salotto non c'era nessuno a parte lui.
Si passò una mano sul volto e scosse la testa per schiarirsi le idee. E' stato solo un sogno, pensò. Poi ripeté la frase ad alta voce per darle maggiore autenticità. «E' stato solo un sogno.»
Le parole sapevano di menzogna sulla lingua, ma Dean decise di non pensarci. Si alzò, si infilò ai piedi le ciabatte abbandonate sul pavimento e si diresse in cucina per preparare la colazione.

(now)

A distanza di quasi due anni, Dean è di nuovo steso su un divano. Molte cose sono cambiate durante quell'arco di tempo: Sam è di nuovo con lui, per esempio, ed entrambi si trovano a casa di Bobby, e fino alla sera precedente Dean era convinto di aver avuto indietro la sua famiglia, ma si era sbagliato.
Quella notte aveva dormito male; poi alle quattro e mezza del mattino si era svegliato e non era riuscito ad addormentarsi di nuovo. La visita di Castiel non aveva aiutato.
Dean è stanco, e amareggiato, e deluso, ma soprattutto è arrabbiato, solo che non sa più con chi – se con Castiel, o con se stesso, oppure con Dio – e questo non gli sembra giusto. Non capisce nemmeno perché la sua mente abbia deciso di ricordare proprio ora quella notte alla fine di giugno che aveva sempre creduto essere un sogno. Adesso gli è chiaro che non lo era mai stato.
Dean fissa il punto in cui Castiel è sparito e non può fare a meno di chiedersi ciò che sarebbe accaduto se quella volta si fosse comportato in modo diverso. Si chiede se avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi, se sarebbe servito a qualcosa, se magari avrebbe potuto allontanare da entrambi il male che li aveva attesi. Si risponde che non sarebbe bastato, che non sarebbe servito a niente.
Dean si stropiccia gli occhi, aggiusta la giacca che sta usando come cuscino sotto la testa e si gira su un fianco. Chiude gli occhi e si racconta un'altra bugia.



___

[1]Il tiranno risveglia la mia apocalisse/il demone risveglia la mia apocalisse/il Paradiso risveglia la mia apocalisse/soffri per sempre la mia apocalisse (My apocalypse – Metallica).

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